Il rugby allo stato attuale non fa parte delle specialità sportive che possono accedere ai benefici previsti dalla legge regionale sul talento sportivo. La Federazione Italiana Rugby fa parte del Coni da quasi settant’anni e di conseguenza dovrebbe godere della stessa dignità di tutte le altre; tuttavia la pallovale non rientra tra gli sport olimpici in senso stretto, ossia in quel ventaglio di discipline praticate durante le edizioni estive od invernali delle Olimpiadi. Da qui il motivo principale della sua esclusione, dal momento che la norma istitutiva del “club del talento sportivo” si riferisce appunto alle discipline che si praticano ai Giochi e la sua ratio dovrebbe essere proprio quella di sostenere il percorso formativo di atleti che, almeno in potenza, possano aspirare alla rassegna a cinque cerchi.
Se è per questo il testo originale della legge si riferiva esclusivamente a sport individuali, anche se poi un’interpretazione successiva ne ha allargato la sfera di applicazione anche agli sport di squadra più popolari come il calcio, la pallacanestro e la pallavolo. Il rugby no, perché, come già detto, non è praticato alle Olimpiadi.
A questo punto giova ricordare perché la pallovale non fa parte attualmente del carrozzone olimpico.
Ebbene, il rugby football si auto escluse dai Giochi dopo l’edizione di Parigi del 1924. Era stato lo stesso conte Pierre De Cubertain, che – anche se pochi lo sanno – di rugby fu prima giocatore e poi arbitro (arbitrò anche la prima finale del campionato francese nel 1870), a volerlo ai Giochi già dalla prima edizione, quella di Atene del 1896.
Ma le voci che dipingevano le Olimpiadi di Parigi come irrimediabilmente corrotte dal professionismo (forti sospetti che molti atleti ricevessero soldi sotto banco) convinsero i maggiorenti del rugby mondiale a ritirarlo per sempre dai Giochi. Una strenua difesa dei valori del dilettantismo che la pallovale, per oltre un secolo custodita in un ambiente integralista e rigidamente conservatore, ha perseguito fino al 1995, anno della definitiva svolta “Open”.
Paradossalmente quindi il più olimpico degli sport olimpici si chiamò fuori non potendo accettare che i propri valori risultassero inquinati da una manifestazione che già negli anni Venti si stava piegando agli inaccettabili compromessi dello sport – spettacolo. Dopo il 1995, con la epocale ed obbligata svolta al professionismo i motivi di disaccordo sono venuti a cadere ed ora, superata una fase di impasse tecnico e burocratico, si parla di un probabile inserimento del rugby (nella versione a sette) a partire dai Giochi del 2012.
Articolo di Piergiorgio Grizzo, tratto da Domenica Sport del 27 novembre 2005







